Furiosa: A Mad Max Saga, oltre ad essere il contraltare narrativo di Mad Max: Fury Road, è il tentativo, da parte di George Miller, di ampliare ed esplorare la mitologia della saga d’appartenenza, dove il campo totale si pone come strumento di comprensione e di attualizzazione delle dinamiche e dei fenomeni dell’universo da lui stesso ideato. Se nel film precedente il racconto, almeno nella sua più classica accezione, veniva sacrificato a favore della spettacolarità, qua invece è la storia a prendere il sopravvento, ripercorrendo gli spazi, i personaggi e le suggestioni del capitolo antecedente e facendo del mito uno strumento d’analisi delle meccaniche e dei temi del mondo in questione. Quella di George Miller però è anche un’operazione pensata per portare avanti alcuni discorsi e sensibilità legate alla figura femminile che, pur non essendo centrali per lo sviluppo della trama, inseriscono Furiosa: A Mad Max Saga all’interno panorama ideologico odierno. Dall’uso di alcuni simbolismi, a volte fin troppo stucchevoli ed abusati (sequenza iniziale della mela), fino ad arrivare all’oggettificazione sessuale del corpo della donna, presente anche in Mad Max: Fury Road, tutto risulta pensato per dare voce ad una rivendicazione femminile. Una rivendicazione all’insegna dell’ottenimento di un proprio spazio e ruolo all’interno della narrazione (e del genere). Una rivendicazione che però, come già detto in precedenza, non scade mai nella retorica, dando così rilievo ad una storia di vendetta universale, nonché alla già nota volontà del regista di giocare con la materia del cinema.


Dalle performance degli stuntman al fascino per l’analogico e la sperimentazione visiva, è l’insieme di queste dinamiche a condurre Furiosa: A Mad Max Saga verso lo stesso orizzonte del capitolo precedente, un orizzonte in cui la plasticità dell’arte si fa veicolo di un’idea di cinema e di genere. E se la benzina e il manubrio, in quanto simulacro religioso, sono gli elementi che guidano spiritualmente il mondo del racconto, il tema del viaggio e il feticismo per il movimento sono gli elementi che identificano il film in sé , raccontando di un modo di relazionarsi con una realtà umanamente devastata. Alla luce di ciò la dimensione dello sguardo, enunciata dai numerosi personaggi intenti ad osservare attraverso mirini o telescopi, unita all’abbondanza di piani totali, mette in evidenza la necessità da parte di George Miller di ricollocare temi, ossessioni e personaggi all’interno di quadri più ampi. Una metafora dell’operazione in sé, atta da espandere la lore di Mad Max e mettere in primo piano tutto ciò che precedentemente era stato messo off-screen (Gas Town e Bullet Farm). Ogni cosa è infatti a fuoco, ogni personaggio appare incasellato nel proprio riquadro contenutistico, come se il risultato finale fosse il frutto di una ricerca stilistica e contenutistica durata un’intera carriera, ma non ancora terminata. Per concludere, Furiosa: A Mad Max Saga, è un continuo rimettere in prospettiva i contenuti di successo di Mad Max: Fury Road, ripercorrendoli nel loro fascino e con l’obiettivo di inquadrali attraverso nuove sensibilità e modelli. Un modus operandi che per quanto ben congegnato, rende l’intera operazione meno genuina e più macchinosa, costantemente in debito con ciò che l’ha preceduta e perciò meno libera di essere ciò che vorrebbe.
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